Capita che un genitore, dopo qualche seduta, mi chieda con delicatezza: «ma… fate solo giocare?». È una domanda legittima, e il fatto che nasca significa che il lavoro sta funzionando: se un bambino esce dalla stanza dicendo che si è divertito, siamo sulla strada giusta.
Ma la risposta è no. O meglio: sì, si gioca — ed è esattamente lì che sta il lavoro.
Il gioco è il modo in cui i bambini imparano
Un adulto può decidere di allenare una competenza anche se l'esercizio è noioso. Un bambino di quattro anni no: se una proposta non lo coinvolge, mette in campo il minimo indispensabile, e quello che impara in quello stato non si trasferisce da nessuna parte.
Nel gioco succede il contrario. Un bambino che sta costruendo una torre altissima sta imparando a dosare la forza, a controllare il tremore della mano, a tollerare che cada e a ricominciare. Nessuno di questi obiettivi è scritto sulla scatola, e proprio per questo funziona: sta imparando mentre fa altro.
Il gioco non è il modo dolce di fare la terapia. È il contesto in cui certe cose possono essere imparate, e fuori da cui non si imparano affatto.
Che cosa distingue il gioco in seduta da un pomeriggio in cameretta
1. Ogni proposta è graduata
Il gioco che propongo è scelto per essere abbastanza difficile da richiedere impegno e abbastanza accessibile da poter riuscire. Un gradino troppo alto produce solo rinuncia; uno troppo basso non produce niente. Trovare quell'altezza, e alzarla di poco alla volta, è buona parte del mestiere.
2. Ha un obiettivo dietro, che il bambino non vede
Un percorso con i cuscini non è «un percorso con i cuscini»: può servire a lavorare sull'equilibrio, sulla pianificazione della sequenza, sulla capacità di aspettare il turno o sulla tolleranza dell'errore. Lo stesso identico gioco, proposto a due bambini diversi, serve a due cose diverse.
3. Io osservo mentre gioco
Durante la seduta guardo cose che sembrano dettagli: da quale parte si gira per alzarsi, se guarda me prima di provare qualcosa di nuovo, cosa fa quando qualcosa non gli riesce, se cerca il mio sguardo per condividere una riuscita. Sono informazioni che orientano la seduta successiva.
4. C'è una struttura, anche se non si vede
Una seduta ha un inizio, un centro e una chiusura, e i bambini la riconoscono presto. La prevedibilità di questa cornice è ciò che permette, dentro, di correre il rischio di provare qualcosa di difficile.
Perché a volte sembra che «non succeda niente»
Nelle prime sedute, spesso, lascio fare. Non è tempo perso: è il momento in cui il bambino capisce che quella stanza è un posto sicuro, dove nessuno lo valuta. Senza quel passaggio, tutto quello che viene dopo si appoggia sul niente.
E ci sono periodi in cui un bambino sembra fermo. Succede anche nello sviluppo tipico: si consolida qualcosa prima di fare il passo successivo. La differenza la fa avere obiettivi chiari e verificarli con regolarità — se dopo un tempo ragionevole non si muove nulla, si cambia strada.
Che cosa potete fare a casa
- Giocare senza insegnare. Seguire il gioco del bambino invece di dirigerlo è la cosa più utile — e la più difficile per noi adulti.
- Lasciare tempo vuoto. La noia è il terreno da cui nasce il gioco inventato, che è quello che allena di più.
- Pochi giochi alla volta. Una stanza con quaranta oggetti a disposizione produce dispersione; una con quattro produce invenzione.
- Non trasformare tutto in esercizio. Se ogni momento diventa un'occasione per allenare qualcosa, il gioco smette di essere gioco — e smette di funzionare.
Se vi capita di chiedervi se quello che succede in seduta stia servendo, chiedetelo. È una domanda giusta, e una buona terapista deve saper spiegare in parole semplici su cosa sta lavorando e perché. Se non riesce a farlo, il problema non è vostro.