Che cos'è la neuropsicomotricità

È una terapia della riabilitazione che accompagna lo sviluppo del bambino attraverso il corpo, il movimento e il gioco. Qui trovi spiegato, senza gergo, che cosa succede davvero in ogni tipo di incontro.

Il corpo racconta prima delle parole

Nei primi anni di vita movimento, emozioni e pensiero crescono insieme, intrecciati. Un bambino che impara a controllare il proprio corpo impara allo stesso tempo ad aspettare, a tollerare la frustrazione, a fidarsi di sé.

Per questo la neuropsicomotricità non lavora su una singola funzione isolata — la manualità, l'attenzione, l'equilibrio — ma su come tutte queste cose si tengono insieme nel bambino reale che ho davanti.

In pratica: si gioca. Ma ogni proposta ha un obiettivo preciso dietro, e il gioco è scelto su misura di quel bambino, in quel momento del suo sviluppo. È lo strumento del lavoro, non il riempitivo tra un esercizio e l'altro.

Primo passo

Valutazione neuropsicomotoria

È un'osservazione strutturata di come il bambino si muove, gioca, comunica, si organizza e si regola. Non è un esame e non si passa o si viene bocciati: serve a dare una risposta fondata a un dubbio.

Il momento in cui molti genitori arrivano è quello in cui qualcuno — la maestra, il pediatra, un nonno — ha detto una frase che è rimasta lì. La valutazione serve a trasformare quella frase in informazioni utili.

  • Quanti incontri. In genere due o tre, della durata di circa un'ora, più un colloquio iniziale con i genitori senza il bambino.
  • Cosa succede. Il bambino gioca, si muove, prova attività proposte da me. Per lui è un incontro piacevole, non un test.
  • Come finisce. Un incontro di restituzione in cui vi spiego cosa ho osservato, con parole comprensibili, e cosa propongo. Se serve, metto tutto per iscritto.
«E se poi non c'è niente?»

Allora ve lo dico, e il percorso finisce lì. Sapere che lo sviluppo procede bene è un risultato che vale il tempo speso — e toglie un peso che spesso i genitori si portano dietro da mesi.

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materiali della valutazione
Il percorso

Terapia neuropsicomotoria

Sedute individuali costruite su obiettivi concordati con la famiglia. Si lavora nello spazio, con il corpo, con materiali scelti apposta: cuscini, teli, percorsi, costruzioni, travestimenti, tutto ciò che permette al bambino di sperimentare qualcosa che ancora non gli riesce.

La differenza rispetto a un pomeriggio di giochi è che ogni proposta è graduata: abbastanza difficile da richiedere impegno, abbastanza accessibile da poter riuscire. È in quello spazio che i bambini crescono.

  • Frequenza. Di solito una o due volte a settimana, in base agli obiettivi. La costanza conta più dell'intensità.
  • I genitori. Con i più piccoli spesso partecipano alla seduta; con i più grandi ci sono incontri dedicati a cadenza regolare. Non si viene mai lasciati fuori dalla porta senza spiegazioni.
  • La scuola. Quando serve partecipo ai GLO e mi confronto con gli insegnanti: le difficoltà si manifestano soprattutto lì, e lì vanno accompagnate.
  • Verifiche. Ci fermiamo periodicamente a guardare cosa è cambiato. Se un obiettivo è raggiunto, si passa al successivo; se non funziona, si cambia strada.
Fotografia:
lo spazio della terapia
Per i genitori

Consulenza ai genitori

Si può fare anche senza che il bambino sia in terapia. Sono incontri dedicati a chi accompagna: per capire cosa sta succedendo, che cosa è ragionevole aspettarsi a quell'età, e che cosa si può fare concretamente a casa.

Non è un corso e non è una lezione su come si fanno i genitori. È un confronto tra chi conosce quel bambino meglio di chiunque altro — voi — e chi conosce lo sviluppo.

  • Quando è utile. Routine che saltano, crisi difficili da gestire, autonomie che non arrivano, fratelli, inserimento al nido o alla scuola dell'infanzia, uso degli schermi.
  • Quanti incontri. Spesso pochi: tre o quattro bastano a mettere a fuoco la situazione e a costruire qualche strategia praticabile.
  • Chi partecipa. Meglio entrambi i genitori, quando è possibile. Anche se non la pensate allo stesso modo — anzi, soprattutto in quel caso.
Fotografia:
lo spazio del colloquio
Comunicazione

Comunicazione Aumentativa e Alternativa

Quando le parole non arrivano, o non bastano, si costruiscono altri modi per farsi capire: immagini, simboli, tabelle, libri su misura, strumenti digitali. Non sostituiscono il linguaggio: lo accompagnano, e nella maggior parte dei casi ne favoriscono la comparsa.

È un timore che sento spesso: «se gli diamo le immagini, poi non parlerà più». La ricerca dice il contrario. Un bambino che riesce a farsi capire è un bambino meno frustrato, più disponibile a comunicare — in tutti i modi, parole comprese.

  • Per chi. Bambini con linguaggio assente o poco comprensibile, disturbi della comunicazione, disabilità complesse, situazioni temporanee.
  • Coinvolge tutti. Gli strumenti funzionano solo se entrano nella vita quotidiana: famiglia, scuola, nonni. Si costruiscono insieme.
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ISAAC è l'associazione internazionale che si occupa di Comunicazione Aumentativa e Alternativa. Farne parte significa restare aggiornata su strumenti e metodi che cambiano rapidamente.

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tabelle e simboli

Il primo passo

Non serve sapere già di cosa avete bisogno.

Il colloquio conoscitivo è gratuito e serve esattamente a questo: capire insieme se c'è qualcosa su cui lavorare, e in che modo.

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