È la frase con cui si aprono moltissimi primi colloqui. Spesso arriva dopo un colloquio a scuola, o dopo l'ennesima cena in cui il bambino si è alzato da tavola sette volte. E quasi sempre porta con sé una domanda non detta: «è colpa nostra?».
Partiamo da lì: no, quasi mai. E soprattutto, «non sta fermo» non è una diagnosi. È un'osservazione, e come tutte le osservazioni ha bisogno di contesto per significare qualcosa.
Quanto movimento è normale
Molto più di quanto la vita che facciamo consenta. Un bambino di quattro o cinque anni ha bisogno di ore di movimento libero ogni giorno: correre, arrampicarsi, rotolare, saltare giù da qualcosa. Non è energia in eccesso da smaltire — è il modo in cui il sistema nervoso costruisce l'equilibrio, la percezione del corpo e, indirettamente, la capacità di stare fermi quando serve.
Il paradosso è questo: i bambini che si muovono abbastanza sono quelli che poi riescono a stare seduti. Quando un bambino passa la giornata tra il seggiolino dell'auto, il banco e il divano, l'agitazione della sera non è un sintomo: è un conto che arriva.
Prima di ogni altra ipotesi, quindi, vale la pena farsi una domanda concreta: quante ore al giorno questo bambino si muove davvero, all'aperto, senza istruzioni?
Le tre cose che osservo davvero
Quando un genitore mi porta questa richiesta, non guardo quanto si muove il bambino. Guardo altre tre cose.
1. Riesce a fermarsi quando qualcosa lo interessa?
Un bambino molto vivace, davanti a un'attività che lo cattura davvero, riesce a restare concentrato per un tempo ragionevole rispetto alla sua età. Se il movimento continuo c'è anche nelle attività che ama, e non riesce a restare su nulla per più di pochi istanti, è un'informazione diversa.
2. Il movimento ha uno scopo?
C'è differenza tra un bambino che corre verso qualcosa — un gioco, un amico, un'idea — e uno che si muove senza direzione, che tocca tutto e non usa nulla, che attraversa la stanza tre volte senza aver fatto niente. Il secondo tipo di movimento spesso racconta una difficoltà a organizzarsi, non un eccesso di energia.
3. Che cosa succede in contesti diversi?
A casa, dai nonni, al parco, a scuola, al supermercato. Se la fatica compare ovunque, in modo costante, ha un peso diverso rispetto a una fatica che si presenta solo in classe — dove magari il problema è la richiesta di stare seduti tre ore, o un compito troppo difficile da cui si scappa muovendosi.
Molti bambini «che non stanno fermi» in realtà si stanno allontanando da qualcosa che non riescono a fare. Il movimento è la via d'uscita, non la causa.
Cosa aiuta, in ogni caso
Queste indicazioni valgono sia che ci sia una difficoltà sia che non ci sia, e non fanno mai male.
- Movimento prima delle richieste, non dopo. Venti minuti di corsa o di gioco motorio prima dei compiti o della cena funzionano molto meglio di qualsiasi richiamo durante.
- Attività che danno informazioni forti al corpo: arrampicarsi, spingere, tirare, portare qualcosa di pesante, dondolarsi. Sono quelle che aiutano davvero a regolarsi, più della semplice corsa.
- Routine prevedibili. Sapere cosa viene dopo riduce l'agitazione più di qualsiasi richiamo. Una sequenza sempre uguale per la sera vale più di dieci «stai fermo».
- Richieste brevi e una alla volta. «Metti le scarpe» funziona; «preparati che usciamo» chiede un'organizzazione che a quell'età spesso non c'è ancora.
- Meno schermi, soprattutto nell'ora prima di dormire. Non per moralismo: perché rendono più difficile il passaggio allo stato di calma.
- Ridurre il rumore di fondo quando serve concentrazione. Televisione accesa e compiti insieme sono due richieste in conflitto.
Quando chiedere un parere
- La difficoltà è presente in tutti i contesti e dura da molti mesi
- Il bambino si fa male spesso perché non valuta i rischi
- Fatica a stare con gli altri bambini, che cominciano a evitarlo
- La scuola segnala una difficoltà negli apprendimenti, oltre che nel comportamento
- Il bambino stesso comincia a dire di sé «sono cattivo», «non sono capace»
- In famiglia la situazione è diventata faticosa al punto che i momenti belli sono spariti
Quest'ultimo punto conta quanto gli altri. Anche quando il bambino sta bene, se i genitori non ce la fanno più vale la pena parlarne: a volte bastano pochi incontri per rimettere a fuoco la situazione.
Un'ultima cosa: una diagnosi di ADHD non si fa osservando un bambino per un pomeriggio, né prima dei 5-6 anni, e richiede il coinvolgimento di un neuropsichiatra infantile. Diffidate di chiunque la proponga con leggerezza — in un senso o nell'altro.
Ha finalità divulgativa. Ogni bambino va guardato nella sua situazione concreta, insieme al pediatra che lo segue e, quando serve, a uno specialista.